Le notizie di stampa sui processi Fibronit in corso

VOGHERA. Sette anni di reclusione: questa la richiesta dei pubblici ministeri, Giovanni Benelli e Valentina Grosso, nei confronti di Claudio Dal Pozzo, 74 anni, di Roma (difeso dall’avvocato Pietro Folchi Pistolesi) e Giovanni Boccini, 74 anni, di Alessandria (lo difende l’avvocato Gianfranco Ercolani) al processo Fibronit. Ieri mattina, i rappresentanti dell’accusa hanno svolto la requisitoria nei confronti dei due imputati che avevano chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato. Per gli altri otto imputati, il processo inizierà il 23 maggio, ma con rito ordinario. Dal Pozzo fu consigliere della Fibronit Spa dal dicembre 1985 al novembre 1988 e della Fibronit Srl dal novembre 1988 al maggio 1991; Boccini ricoprì il ruolo di consigliere della Fibronit Spa dal giugno 1987 al novembre 1988 e della Srl dal novembre 1988 al maggio 1994. Per entrambi, le accuse sono di disastro doloso, omicidio colposo plurimo e della mancata osservanza delle norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro. A tenere banco, nell’udienza di ieri, sono state le conclusioni dei pubblici ministeri. Prima Valentina Grosso ha ricostruito le indagini, citando brani dalle dichiarazioni rese dagli ex lavoratori. Ne è emerso il quadro di una fabbrica in cui le fibre di amianto venivano convogliate in tubi sotto pressione. Spesso, tuttavia, tali condotti si rompevano, e la polvere di amianto, oltre a saturare i locali dell’azienda, si spargeva all’esterno. Il 6 marzo 1980, ad esempio, una vera e propria nube si depositò sui campi vicini e sulla ferrovia. Fibronit, incaricata della bonifica, mandò fuori alcuni operai armati di scopa. Il sostituto procuratore si è anche soffermata sulle visite mediche a cui venivano sottoposti i dipendenti. Le lastre erano sempre rassicuranti, ma un dipendente, Marco Castagna, decise di effettuare lo stesso esame presso una struttura privata e gli fu diagnosticata una insufficienza respiratoria grave. L’altro sostituto, Giovanni Benelli, si è invece soffermato su aspetti più tecnici, illustrando i risultati della perizia svolta dai consulenti tecnici, e dimostrando il nesso di causalità tra la dispersione delle fibre in atmosfera e l’insorgenza di malattie legate all’amianto. Un dramma che, sino ad ora, è costato la vita a più di 500 persone e farà sentire la propria eco ancora per anni, considerato che il periodo di latenza delle malattie polmonari legate all’asbesto è anche di alcuni decenni. Dopo le conclusioni della procura, la parola è passata a«agli avvocati delle parti civili. Ezio Bonanni, legale di Avani (l’associazione guidata da Silvio Mingrino) ha chiesto il riconoscimento dei danni da esposizione anche per i residenti. Laura Mara, avvocato di Aiea (associazione italiana esposti amianto), di Medicina democratica e degli eredi di Costanza Pace, scomparsa poche settimane fa, ha ribadito che la pericolosità dell’amianto era nota nei periodi in cui gli imputati erano amministratori dell’azienda e che il rischio di malattia è direttamente proporzionale al periodo di esposizione. L’avvocato Casarini, per conto di Asl, ha annunciato l’intenzione di chiedere il risarcimento delle spese mediche sostenute. L’udienza è stata rinviata al 29 aprile per le altre parti civili e al 15 maggio per i difensori.

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